Stallone – Nag Arnoldi

Stallone – Nag Arnoldi

DSC_1397Stallone” di Nag Arnoldi (Locarno, 18 settembre 1928). E’ uno scultore, pittore e insegnante svizzero-italiano A partire dal 1954 inizia ad esporre i suoi quadri in alcune mostre a Lugano e nelle località limitrofe, per poi partecipare negli anni successivi ad esposizioni sempre più importanti in tutte le maggiori città svizzere. Inizia ad interessarsi alla scultura nel 1960, quando si reca spesso in Messico (dove vive il fratello) venendo in contatto con l’arte indigena maya e azteca e delle Civiltà precolombiane. Espone sempre più spesso nel continente americano: in Messico ma anche a Porto Rico, alle Isole Vergini e negli USA. Dagli anni ’70 si dedica prevalentemente alla scultura. Dal 1971 vive a Comano alternando soggiorni a Venezia e Città del Messico.

Il ciclo più caratteristico dell’opera di Arnoldi è appunto quello dei cavalli che occupa un ruolo privilegiato nell’immaginario dell’artista, a testimonianza della sua predilezione per il mondo animale. E’ un tema continuamente variato quello del cavallo, il soggetto che più di altri ha attratto la sua attenzione nel corso degli anni, ma che arriva a lui attraverso una lunga storia (non solo artistica) di celebrazione del rapporto cavallo-cavaliere tra il mitico e il simbolico. Dai mitici cavalli del Sole al carro di Apollo, dagli imperatori a cavallo fino al “grido” di dolore dei cavalli e cavalieri stramazzati di Marino Marini. Nag spoglia i suoi cavalli di tutta la storia, elimina anche il cavaliere che contolla la natura, l’uomo recede, resta solo il cavallo: diciamo che lo riporta allo stato di natura. Quell’animale, lo stallone ferito, solo o in compagnia di pochi suoi simili, Arnoldi lo incide, squarcia e ferisce; lo contorce, lo piega e lo piaga ad un tempo, lo carica insomma di una tensione nervosa che lo mantiene in uno stato di perenne all’erta e di continua mobilità, perfino di dolorosa contrazione muscolare. Questi cavalli sono natura e istinto, ma anche qualcosa di più: fierezza e ribellione, sofferenza e grido di libertà. Nag coglie sempre l’aspetto tensivo, talora anche aggressivo, non mai pacioso, l’equilibrio fulmineo e precario della zampa alzata e pronta a colpire, la torsione del busto, l’occhio vigile, il movimento improvvisamente bloccato, la testa girata, i muscoli del collo tesi; ed intanto procede alla compattazione dei volumi, alla scarnificazione delle superfici, alla slabbratura delle ulcerazioni. In definitiva egli fa una duplice operazione: mentre da una parte riporta l’animale alla sua naturalità, spogliandolo almeno in parte delle incrostazioni che la storia pubblica o privata gli ha sovrapposto; dall’altra, denudandolo e lasciandolo agire quale unico protagonista sul campo della scultura, lo carica espressivamente mediante il linguaggio dell’arte di una tensione che si fa spia e specchio del “male di vivere”, cioè di una condizione disagevole e conflittuale dell’esistere. Che non è però esclusiva del mondo animale. È a questo punto, una volta percepito questo sovraccarico di senso, che gli animali di Nag travalicano la loro realtà di natura e diventano un “Bestiario umano” acquisendo un significato che sfonda nella percezione del vivere come commistione di ferinità selvaggia e costante tensione, paura, violenza e possibile dramma. A questo punto ciò che nel mondo degli animali è caratteristica della impietosa legge di natura, del più forte, scivolando nel campo dell’Uomo e della sua Storia può diventare strumento di analisi dei rapporti di forza e sopraffazione che, allo stato bruto, regolano la vita dei viventi: non solo tra gli animali ma, troppo spesso, anche tra gli umani. Ed è qui i due mondi si avvicinano, si intersecano e si specchiano. Nelle mani di Nag lo “Stallone” incarna uno stato che l’animale vive, coglie ed esprime prima e più intensamente dell’uomo, ma che non finisce con lui, perché va anche oltre e lo trascende: facendosi rivelazione di una modalità del vivere, di una dolorosa legge che solo l’assurdità dei comportamenti umani sembra rendere universale.